L'Hortus Conclusus

E' detto un luogo segreto e arcaico. È il giardino dei monasteri: quadrangolare, a simboleggiare i quattro angoli dell’universo, con al centro un albero che allude alla vita e un pozzo o fontana, eterna sorgente della conoscenza.
Il Giardino è un'installazione dell'artista Mimmo Paladino, esponente della Transavanguardia Italiana, realizzata nel 1992 insieme all'architetto Roberto Serino ed all'architetto Pasquale Palmieri in uno degli orti del Convento di San Domenico a Benevento. L'Hortus si apre in fondo al Vico Noce, accessibile dal Corso Garibaldi.
L'Hortus Conclusus è cinto in parte dalle strutture del convento, per il resto da muri che si ispirano alle vere mura di Benevento di epoca longobarda, in mattoni ma con inserzioni disordinate di pietre e bronzi. Stesso discorso vale per la pavimentazione, che ricorda quella dei vicoli storici dei paesi del beneventano.
Fra le opere dell'artista fanno comparsa pezzi di colonne, capitelli, frontoni, che accentuano il rimando alla storia della città. Inoltre, come accennato, è molto importante il verde, che legittima il nome di hortus. Fra gli alberi, la rosa, il giglio e la palma, simboli rispettivamente: del sangue divino, della purezza e della gloria.
L'oggetto più interessante della composizione di Paladino è forse il Cavallo di bronzo, elemento ricorrente nelle opere di Paladino, che si erge su di un muro di cinta, e che sembra dominare da un lato sull'Hortus, dall'altro sulla parte bassa della città. Il cavallo porta una maschera d'oro come quella di Agamennone che lo rende quasi divino, e sembra evocare il mito del cavallo di Troia. Inoltre esso è tradizionalmente il compagno dell'uomo nelle battaglie, di cui sopra.
Sempre legato alle battaglie e alla difesa è il riferimento ai Sanniti, che avviene tramite gli Elmi disseminati nello spazio, ma soprattutto lo Scudo che sembra essere piovuto dal cielo, infiggendosi nel pavimento ed incurvandolo. Il grande disco ha anche la funzione di fontana; l'acqua che sgorga dalla sua sommità viene raccolta in un catino, che sembra un oggetto preso dalla vita quotidiana del passato, con i manici resi lucidi dall'uso.

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